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Lattosio sì, lattosio no: guida pratica per pazienti e medici nella diagnosi di intolleranza

Una condizione diffusa, spesso sotto-diagnosticata

L’intolleranza al lattosio è una delle condizioni gastrointestinali più frequenti nella popolazione adulta e pediatrica, ma resta ancora oggi sottodiagnosticata o confusa con altri disturbi funzionali e allergici. Il disturbo può presentarsi in adulti, anziani e bambini1,2, e si stima che più di 1 italiano su 2 possa soffrirne3.

Per il medico di medicina generale, il gastroenterologo, il pediatra e il farmacista, arrivare a una diagnosi tempestiva e accurata è l’elemento che fa la differenza: evita percorsi diagnostici inutilmente lunghi, previene un’esclusione dietetica indiscriminata dei latticini, con i relativi rischi di carenza di calcio e vitamine2,4,5,6, e restituisce al paziente una gestione consapevole della propria alimentazione.

Il meccanismo fisiopatologico, in breve

Il lattosio, disaccaride principale del latte, viene digerito grazie a un enzima intestinale specifico: la lattasi. Quando la sua attività è insufficiente, il lattosio non digerito arriva al colon, dove viene fermentato dal microbiota con produzione di gas, un meccanismo che è alla base del test diagnostico di riferimento. Si distinguono tre forme di deficit di lattasi7:

  • primaria: declino fisiologico e geneticamente programmato della lattasi dopo lo svezzamento; è la forma più comune
  • secondaria: danno transitorio della mucosa intestinale (gastroenteriti, celiachia non trattata, Crohn, chemioterapia); reversibile risolvendo la causa
  • congenita: forma estremamente rara, presente fin dalla nascita e trasmessa con modalità autosomica recessiva

I sintomi tipici, gonfiore addominale1,4, flatulenza1,4,5, dolore e crampi addominali1,4,5, diarrea1,4,5, nausea5,8 e mal di testa8, hanno un impatto misurabile sulla qualità di vita del paziente1, ma sono per loro natura aspecifici: da qui la necessità di una diagnosi differenziale attenta e di un test oggettivo, piuttosto che di un’autodiagnosi basata sui sintomi o su un’eliminazione empirica dei latticini.

Diagnosi differenziale: un breve accenno

Prima di avviare il percorso diagnostico specifico, va ricordato che i sintomi dell’intolleranza al lattosio possono sovrapporsi a quelli di altre condizioni come allergia alle proteine del latte, sindrome dell’intestino irritabile, celiachia o malattie infiammatorie croniche intestinali, SIBO, da tenere presenti nella valutazione clinica. È proprio questa sovrapposizione a rendere necessario un test diagnostico oggettivo.

Il percorso diagnostico: dal sospetto clinico alla conferma

H2-Breath Test: il Gold Standard

Il test del respiro all’idrogeno (H2-Breath Test) è il Gold Standard per la diagnosi di intolleranza al lattosio secondo la comunità medica9, ed è il test utilizzato anche negli studi clinici sull’efficacia della supplementazione di lattasi6. Le sue caratteristiche lo rendono adatto alla pratica ambulatoriale di routine:

  • non invasivo: richiede solo la raccolta di campioni di aria espirata a intervalli regolari, senza prelievi ematici o procedure invasive
  • economico: costi contenuti rispetto a metodiche di secondo livello come la biopsia
  • accurato: misura direttamente la conseguenza biochimica del malassorbimento, la fermentazione colica del lattosio non digerito, con buona sensibilità e specificità se eseguito secondo protocollo standardizzato

Il protocollo di esecuzione:

  1. il paziente assume una dose standard di lattosio (generalmente 25-50 g in soluzione acquosa)
  2. si misura la concentrazione di idrogeno (ed eventualmente metano) nell’aria espirata a intervalli di 15-30 minuti, per un periodo di 2-4 ore
  3. un incremento significativo rispetto al valore basale, tipicamente ≥20 ppm, è considerato indicativo di malassorbimento del lattosio, coerente con un deficit di lattasi
  4. il monitoraggio dei sintomi clinici durante il test (dolore, gonfiore, diarrea) integra il dato biochimico e ne rafforza il valore diagnostico6

Accorgimenti pre-test, da comunicare sempre al paziente per evitare falsi positivi/negativi:

  • evitare l’assunzione di antibiotici nelle settimane precedenti
  • seguire una dieta povera di fibre fermentabili il giorno prima
  • rispettare un digiuno di almeno 8 ore prima dell’esecuzione

Interpretazione in caso di ambiguità: un incremento di idrogeno modesto, non netto, o un test “piatto” (assenza di produzione di gas, possibile in soggetti methane-producer o con microbiota alterato) non escludono di per sé l’intolleranza: in questi casi è utile integrare il dato con l’osservazione clinica dei sintomi durante il test e, se necessario, ripetere l’esame o considerare la misurazione del metano.

Dopo la diagnosi: cenni sulla gestione del paziente

Una diagnosi corretta consente al medico di calibrare la dieta sul reale grado di tolleranza individuale, evitando le restrizioni dietetiche eccessive che espongono a carenze di calcio, vitamina B2 e vitamina D, con possibili conseguenze sulla mineralizzazione ossea nei giovani e sul rischio di osteoporosi negli anziani e nelle donne in menopausa2,4,5,6.

Bibliografia
  1. Dominici S et al. Intern Emerg Med. 2025 Aug;20(5):1519-1527.
  2. Hodges JK et al. Nutrients. 2019 Mar 28;11(4):718.
  3. Zadro C et al. Minerva Gastroenterol. Dietol. 2017;63(3):264-269.
  4. Di Stefano M. Rivista SIMG. 2012 Oct;(5):40-45.
  5. Franzè A, Bertelè A. Rivista SIMG. 2010 Jun;(3):36-40.
  6. Baijal R, Tandon RK. JGH Open. 2020 Dec 1;5(1):143-148.
  7. Lacdigest®Intolleranza al lattosio. lacdigest.it/intolleranza-al-lattosio/
  8. Facioni MS et al. J Transl Med. 2020 Jun 26;18(1):260.
  9. Fonti SIIA (Società Italiana di Allergologia e Immunologia), SINUT (Società Italiana di Nutrizione).

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