Dove la salute incontra l’innovazione e le nuove tecnologie
Rischio cardiovascolare: i segnali silenziosi che non si devono ignorare
Le malattie cardiovascolari sono la prima causa di mortalità a livello globale. Tuttavia, l’aspetto più insidioso della salute del cuore non risiede nell’evento acuto, come l’infarto, ma nel lungo, silenzioso processo di maturazione del danno vascolare.
Per anni l’organismo può accumulare alterazioni in totale assenza di sintomi: indicatori apparentemente “innocui” o tollerati come la pressione arteriosa lievemente elevata, glicemia al limite, trigliceridi mossi o un progressivo aumento del girovita non sono semplici variazioni estetiche o temporanee, ma vere e proprie spie d’allarme di un rischio in evoluzione.
Riconoscere questi segnali precoci, comprenderne l’interconnessione e monitorarli costantemente è oggi il perno su cui ruota la medicina preventiva primaria e secondaria.
L’arteriosclerosi, ad esempio, non compare all’improvviso: è un processo lento, correlato a un’infiammazione della parete interna dei vasi dovuta a uno stress continuo prodotto dalla pressione alta, dall’eccesso di colesterolo “cattivo” nel sangue (LDLelevato) dall’ipertrigliceridemia e iperglicemia (eccesso di lipidi e glucosio nel sangue).
Durante tutto questo processo, il paziente si sente perfettamente in salute: la mancanza di dolore o di limitazioni funzionali crea un falso senso di sicurezza, portando spesso a sottovalutare gli esami di routine.
Il rischio “silenzioso” si fonda su quattro pilastri
- pressione arteriosa “borderline” e ipertensione mascherata: l’ipertensione arteriosa è definita il “killer silenzioso” per eccellenza. Ciò che le recenti evidenze scientifiche mettono in luce è che anche valori pressori definiti “normali-alti” (120-139 mmHg per la sistolica o 80-89 mmHg per la diastolica) non sono privi di conseguenze. Un costante regime pressorio elevato danneggia la rigidità arteriosa e aumenta il carico di lavoro del ventricolo sinistro. Inoltre, il fenomeno dell’ipertensione mascherata, valori normali durante la visita medica ma elevati nella vita quotidiana, è associato a un rischio cardiovascolare sovrapponibile a quello dell’ipertensione conclamata
- dislipidemia e trigliceridi: oltre il semplice colesterolo:se per anni l’attenzione si è concentrata quasi esclusivamente sul colesterolo LDL, la letteratura scientifica più recente rileva il ruolo fondamentale dei trigliceridi e delle lipoproteine ricche di trigliceridi (TRL). Livelli elevati di trigliceridi a digiuno (o nel periodo postprandiale) indicano un accumulo di particelle aterogene residue che penetrano facilmente nella parete vascolare, facilitando la formazione di placche e stimolando processi infiammatori vascolari
- alterata glicemia a digiuno e insulino-resistenza: l’aumento discreto della glicemia a digiuno (tra 100 e 125 mg/dL) è la manifestazione visibile di una sottostante insulino-resistenza. Prima ancora che si sviluppi un diabete mellito di tipo 2 conclamato, le fluttuazioni glicemiche generano stress ossidativo e accelerano la rigidità arteriosa
- adiposità viscerale e circonferenza addominale: la distribuzione del grasso corporeo è un indicatore di rischio di gran lunga più accurato rispetto al semplice “Indice di Massa Corporea” (BMI). L’aumento della circonferenza addominale (superiore a 88 cm nelle donne e 102 cm negli uomini, con soglie d’attenzione ancora più stringenti nei profili metabolici complessi) riflette l’accumulo di grasso viscerale. Questo tessuto non è un semplice deposito d’energia, ma alimenta uno stato infiammatorio sistemico di basso grado
Dalle linee guida alla pratica: l’importanza della diagnosi precoce
Le più aggiornate linee guida delle principali società scientifiche e istituzioni sanitarie internazionali sottolineano come la prevenzione debba basarsi sulla stima del rischio cardiovascolare globale e non sul trattamento del singolo parametro isolato.
L’adozione di carte del rischio aggiornate (come gli algoritmi SCORE2 dell’European Society of Cardiology), permette di calcolare la probabilità a 10 anni di eventi cardiovascolari fatali e non fatali, integrando l’età, il sesso, lo stato di fumatore, la pressione arteriosa e il profilo lipidico non-HDL.
Ed è proprio sugli elementi analizzati dalle carte del rischio che la persona deve lavorare in maniera preventiva: il danno arterioso nelle sue fasi iniziali è ampiamente reversibile o arrestabile.
- alimentazione di impronta mediterranea: ricca di fibre, antiossidanti, acidi grassi monoinsaturi (olio extravergine d’oliva) e omega-3, ha dimostrato di ridurre l’infiammazione vascolare e migliorare la sensibilità insulinica
- attività fisica regolare: l’esercizio aerobico costante (almeno 150-300 minuti a settimana di intensità moderata) riduce la pressione arteriosa, aumenta il colesterolo HDL e favorisce la riduzione del grasso viscerale
- controllo dello stress e igiene del sonno: la deprivazione cronica di sonno e lo stress psicofisico attivano il sistema nervoso simpatico e l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, contribuendo all’ipertensione e alla disfunzione metabolica
Ascoltare i segnali silenziosi del cuore non significa attendere un sintomo, ma interpretare tempestivamente i numeri e i parametri che la medicina di laboratorio e la clinica ci mettono a disposizione.
Lattosio sì, lattosio no: guida pratica per pazienti e medici nella diagnosi di intolleranza
Una condizione diffusa, spesso sotto-diagnosticata
L’intolleranza al lattosio è una delle condizioni gastrointestinali più frequenti nella popolazione adulta e pediatrica, ma resta ancora oggi sottodiagnosticata o confusa con altri disturbi funzionali e allergici. Il disturbo può presentarsi in adulti, anziani e bambini1,2, e si stima che più di 1 italiano su 2 possa soffrirne3.
Per il medico di medicina generale, il gastroenterologo, il pediatra e il farmacista, arrivare a una diagnosi tempestiva e accurata è l’elemento che fa la differenza: evita percorsi diagnostici inutilmente lunghi, previene un’esclusione dietetica indiscriminata dei latticini, con i relativi rischi di carenza di calcio e vitamine2,4,5,6, e restituisce al paziente una gestione consapevole della propria alimentazione.
Il meccanismo fisiopatologico, in breve
Il lattosio, disaccaride principale del latte, viene digerito grazie a un enzima intestinale specifico: la lattasi. Quando la sua attività è insufficiente, il lattosio non digerito arriva al colon, dove viene fermentato dal microbiota con produzione di gas, un meccanismo che è alla base del test diagnostico di riferimento. Si distinguono tre forme di deficit di lattasi7:
- primaria: declino fisiologico e geneticamente programmato della lattasi dopo lo svezzamento; è la forma più comune
- secondaria: danno transitorio della mucosa intestinale (gastroenteriti, celiachia non trattata, Crohn, chemioterapia); reversibile risolvendo la causa
- congenita: forma estremamente rara, presente fin dalla nascita e trasmessa con modalità autosomica recessiva
I sintomi tipici, gonfiore addominale1,4, flatulenza1,4,5, dolore e crampi addominali1,4,5, diarrea1,4,5, nausea5,8 e mal di testa8, hanno un impatto misurabile sulla qualità di vita del paziente1, ma sono per loro natura aspecifici: da qui la necessità di una diagnosi differenziale attenta e di un test oggettivo, piuttosto che di un’autodiagnosi basata sui sintomi o su un’eliminazione empirica dei latticini.
Diagnosi differenziale: un breve accenno
Prima di avviare il percorso diagnostico specifico, va ricordato che i sintomi dell’intolleranza al lattosio possono sovrapporsi a quelli di altre condizioni come allergia alle proteine del latte, sindrome dell’intestino irritabile, celiachia o malattie infiammatorie croniche intestinali, SIBO, da tenere presenti nella valutazione clinica. È proprio questa sovrapposizione a rendere necessario un test diagnostico oggettivo.
Il percorso diagnostico: dal sospetto clinico alla conferma
H2-Breath Test: il Gold Standard
Il test del respiro all’idrogeno (H2-Breath Test) è il Gold Standard per la diagnosi di intolleranza al lattosio secondo la comunità medica9, ed è il test utilizzato anche negli studi clinici sull’efficacia della supplementazione di lattasi6. Le sue caratteristiche lo rendono adatto alla pratica ambulatoriale di routine:
- non invasivo: richiede solo la raccolta di campioni di aria espirata a intervalli regolari, senza prelievi ematici o procedure invasive
- economico: costi contenuti rispetto a metodiche di secondo livello come la biopsia
- accurato: misura direttamente la conseguenza biochimica del malassorbimento, la fermentazione colica del lattosio non digerito, con buona sensibilità e specificità se eseguito secondo protocollo standardizzato
Il protocollo di esecuzione:
- il paziente assume una dose standard di lattosio (generalmente 25-50 g in soluzione acquosa)
- si misura la concentrazione di idrogeno (ed eventualmente metano) nell’aria espirata a intervalli di 15-30 minuti, per un periodo di 2-4 ore
- un incremento significativo rispetto al valore basale, tipicamente ≥20 ppm, è considerato indicativo di malassorbimento del lattosio, coerente con un deficit di lattasi
- il monitoraggio dei sintomi clinici durante il test (dolore, gonfiore, diarrea) integra il dato biochimico e ne rafforza il valore diagnostico6
Accorgimenti pre-test, da comunicare sempre al paziente per evitare falsi positivi/negativi:
- evitare l’assunzione di antibiotici nelle settimane precedenti
- seguire una dieta povera di fibre fermentabili il giorno prima
- rispettare un digiuno di almeno 8 ore prima dell’esecuzione
Interpretazione in caso di ambiguità: un incremento di idrogeno modesto, non netto, o un test “piatto” (assenza di produzione di gas, possibile in soggetti methane-producer o con microbiota alterato) non escludono di per sé l’intolleranza: in questi casi è utile integrare il dato con l’osservazione clinica dei sintomi durante il test e, se necessario, ripetere l’esame o considerare la misurazione del metano.
Dopo la diagnosi: cenni sulla gestione del paziente
Una diagnosi corretta consente al medico di calibrare la dieta sul reale grado di tolleranza individuale, evitando le restrizioni dietetiche eccessive che espongono a carenze di calcio, vitamina B2 e vitamina D, con possibili conseguenze sulla mineralizzazione ossea nei giovani e sul rischio di osteoporosi negli anziani e nelle donne in menopausa2,4,5,6.
Una storia di eccellenza che guarda al futuro
Nel 2026 Recordati celebra una pietra miliare straordinaria: cento anni di storia, ricerca e impegno al servizio della salute. Nel corso di un secolo, l’azienda fondata da Giovanni Recordati, farmacista e imprenditore, è cresciuta fino a diventare un gruppo farmaceutico internazionale, continuando a trarre ispirazione dai principi che ne hanno guidato lo sviluppo fin dall’inizio.

La storia dell’azienda affonda le radici nella seconda metà del XIX secolo, quando la famiglia Recordati gestiva una farmacia a Correggio, nella provincia di Reggio Emilia. Tuttavia, il 1926 segnò l’inizio del suo percorso imprenditoriale: a soli 28 anni, Giovanni Recordati fondò il Laboratorio Farmacologico Reggiano, con l’obiettivo di trasformare la sua esperienza professionale in un progetto industriale. Questo segnò la nascita di un’azienda destinata a lasciare un segno significativo nel panorama farmaceutico italiano e internazionale.
Le fondamenta di una crescita costante
Fin dai primi decenni, l’azienda si è distinta per la capacità di combinare spirito imprenditoriale, ricerca e attenzione alle esigenze dei pazienti. Negli anni ’30 e ’40, il Laboratorio Farmacologico Reggiano ampliò progressivamente la sua produzione e attività commerciali, consolidando la sua presenza nel mercato nazionale.
Un momento particolarmente significativo avvenne nel 1952, con la scomparsa del fondatore Giovanni Recordati. La leadership dell’azienda passò al figlio, Arrigo Recordati, che portò avanti l’eredità del padre e avviò una nuova fase di sviluppo.
Solo un anno dopo, nel 1953, l’azienda trasferì il proprio centro operativo a Milano, la città che sarebbe diventata il cuore della crescita industriale e manageriale del Gruppo.

Evoluzione della comunicazione della salute

Parallelamente alla crescita industriale, evolve anche il modo in cui Recordati comunica. Tra gli anni Trenta e Cinquanta, i manifesti pubblicitari diventano uno strumento per raccontare i propri prodotti con un linguaggio visivo immediato e riconoscibile, capace di rendere più accessibili concetti scientifici complessi.
Attraverso illustrazioni, simboli e soluzioni grafiche innovative per l’epoca, prende forma un’identità di comunicazione che accompagna l’evoluzione dell’azienda e testimonia come ricerca e chiarezza divulgativa – con medici, farmacisti e pazienti – siano sempre andate di pari passo.
Sviluppo industriale e quotazione in borsa
Gli anni ’60 segnarono un periodo di forte espansione. Nel 1963 fu inaugurato il sito produttivo Aprilia e l’azienda assunse il nome Recordati Industria Chimica e Farmaceutica, rafforzando ulteriormente la sua capacità produttiva e la presenza sul mercato.
La crescita continua nei decenni successivi, culminando nel 1984 con la quotazione della società alla Borsa Italiana, una pietra miliare fondamentale nel percorso di consolidamento che accompagna l’evoluzione di Recordati e ne sostenne il percorso di crescita nei decenni successivi.
Espansione internazionale
Il 1995 segnò l’inizio di una nuova fase di sviluppo. Recordati ha lanciato una strategia di espansione internazionale che, negli anni successivi, avrebbe visto il Gruppo rafforzare la propria presenza in Europa e successivamente nel resto del mondo attraverso nuove controllate, acquisizioni e investimenti strategici.
L’internazionalizzazione diventata uno dei principali motori della crescita dell’azienda, permettendo a Recordati di ampliare la propria portata e portare competenze e soluzioni terapeutiche a un numero sempre crescente di pazienti.
Impegno verso le malattie rare

Un altro traguardo fondamentale è arrivato nel 2007, quando l’azienda è entrata nel settore delle malattie rare, un settore altamente specializzato che richiede competenze scientifiche avanzate e un forte focus sulle esigenze dei pazienti.
Negli anni successivi, quest’area diviene sempre più centrale nella strategia del Gruppo. Nel 2019, Recordati amplia il proprio portafoglio di malattie rare e, nel 2022, con l’acquisizione di EUSA Pharma, consolida la propria presenza in questo settore.
Negli ultimi anni, questo percorso prosegue grazie a nuovi accordi strategici e partnership, incluso quello con Moderna, che conferma l’impegno di Recordati nello sviluppo di nuove soluzioni terapeutiche progettate per rispondere a bisogni medici ancora insoddisfatti.
I nostri primi 100 anni
Oggi, Recordati è un gruppo farmaceutico internazionale focalizzato su Specialità e Cure Primarie e Malattie Rare, con oltre 4.700 dipendenti. Guidata dal suo Scopo, sbloccare il pieno potenziale della vita, l’azienda continua a investire in ricerca e sviluppo, espansione internazionale e rafforzamento del proprio portafoglio prodotti, con l’obiettivo di fare una differenza tangibile nella vita dei pazienti.


Il centenario è quindi non solo un momento per celebrare il percorso finora, ma anche un’opportunità per guardare al futuro. Sulla base di un secolo di esperienza e dello stesso spirito imprenditoriale che ha guidato la sua crescita fin dall’inizio, Recordati continua a plasmare il proprio futuro al servizio dei pazienti e della comunità scientifica.
Donne e idratazione: esigenze specifiche di integrazione salina durante le stagioni più calde
L’acqua è il mezzo in cui avvengono tutte le reazioni biochimiche del nostro organismo e il perno del nostro equilibrio termico.
Con la stagione estiva e l’innalzamento delle temperature ambientali la biologia evidenzia una realtà spesso trascurata: il corpo femminile risponde allo stress termico estivo in modo profondamente diverso da quello maschile.
Per le donne, l’idratazione non dipende solo dalla quantità di liquidi assunti o dalla sensazione di sete, ma dalla capacità dell’organismo di mantenere un corretto equilibrio idrico ed elettrolitico. Questo delicato equilibrio dipende da fluttuazioni ormonali, fasi di transizione biologica e peculiari limiti di termodispersione che richiedono un’attenzione importante al livello di idratazione del corpo.
Durante le giornate più calde, il corpo umano difende il proprio equilibrio termico mantenendo la temperatura interna intorno ai 37°C attraverso il meccanismo della sudorazione: quando la temperatura ambientale supera quella corporea, l’evaporazione del sudore sulla superficie cutanea è l’unico mezzo efficace per raffreddare l’organismo.
Tuttavia, la fisiologia femminile presenta differenze strutturali significative in questo processo. Le donne, in media, possiedono una minore densità di ghiandole sudoripare attive e iniziano a sudare a soglie di temperatura corporea interna più elevate rispetto agli uomini: questo significa che la capacità di termodispersione è intrinsecamente meno efficiente, e si può verificare un più rapido accumulo di calore interno prima che la sudorazione si attivi appieno.
A questa peculiarità si aggiunge una percentuale media di massa grassa fisiologicamente superiore e un minor volume totale di acqua corporea (circa il 50% del peso corporeo femminile contro il 60% di quello maschile): quando le temperature estive aumentano, l’organismo femminile si trova quindi a consumare più rapidamente un patrimonio idrico già strutturalmente ridotto.
Inoltre, l’equilibrio idroelettrolitico femminile è costantemente regolato dagli ormoni sessuali, le cui concentrazioni oscillano continuamente in base alle fasi del ciclo mestruale e nelle diverse fasi della vita.
Le esigenze idriche e saline subiscono incrementi drastici in specifiche condizioni, come la gravidanza, quando la creazione del liquido amniotico richiede un costante apporto di acqua; durante l’allattamento le donne hanno necessità di sostenere la produzione di latte materno, per l’88% composto da acqua; in menopausa il calo degli estrogeni altera la termoregolazione e comporta sudorazioni improvvise.
Quando si suda in estate, non si perde semplicemente acqua, ma una soluzione salina complessa. La perdita di elettroliti chiave rompe il delicato equilibrio biochimico cellulare, provocando disturbi muscolari, alterazioni del ritmo cardiaco e profonda spossatezza.
Una corretta strategia di integrazione non può limitarsi al consumo di acqua, che rischia di diluire ulteriormente i sali rimasti nel sangue, ma deve prevedere un reintegro mirato di minerali essenziali come il magnesio.
Per le donne è un preziosissimo alleato: agisce come miorilassante naturale e svolge un ruolo cardine in oltre trecento reazioni enzimatiche nel corpo umano. Ha funzioni neuromodulatrici essenziali per contrastare la stanchezza mentale e i disturbi del sonno che tipicamente si accentuano durante le notti estive afose.
Nelle donne attive e nelle atlete, la nutrizione deve integrare un apporto dietetico ricco di alimenti ad alto contenuto d’acqua (come fragole, anguria, melone, cetrioli e zucchine) e supporti specifici adatti a favorire la prestazione e il recupero.
Tra questi, il ferro, la cui assimilazione è agevolata dalla vitamina C, è essenziale assieme agli amminoacidi ramificati, che offrono un supporto anti-catabolico durante l’esercizio prolungato. L’apporto combinato di calcio e vitamina D sostiene il tessuto osseo sotto stress meccanico mentre gli acidi grassi omega-3 contribuiscono a modulare gli stati infiammatori muscolari e a mantenere l’integrità delle membrane cellulari, ottimizzando la risposta immunitaria ed endoteliale.
La gestione dell’idratazione e dell’equilibrio salino nelle donne deve quindi essere approcciata in modo personalizzato considerando sia le condizioni ambientali e lo stile di vita, ma anche le fasi fisiologiche della vita.
Gestione conservativa della patologia emorroidaria sintomatica: evidenze su approcci topici combinati
Se esiste una patologia in grado di associare un elevatissimo impatto sulla qualità della vita a un radicato senso di imbarazzo sociale, questa è la malattia emorroidaria (HD – Hemorrhoidal Disease).
Spesso considerata semplice fastidio passeggero, rappresenta in realtà un problema di proporzioni molto ampi: i dati epidemiologici più recenti confermano che circa un italiano su due ne ha sofferto almeno una volta nella vita1.
Nel 2026, lo scenario terapeutico e la consapevolezza del paziente stanno vivendo una profonda trasformazione: farmacia e studio del medico di medicina generale non sono più luoghi in cui accennare a bassa voce a “quel problema”, ma i punti di partenza per una strategia clinica integrata e razionale.
Nel contesto europeo, l’Italia si conferma uno dei mercati più rilevanti e dinamici per i prodotti dedicati alla salute gastrointestinale e proctologica: l’invecchiamento della popolazione, associato a stili di vita prevalentemente sedentari e a regimi alimentari talvolta poveri di fibre, mantiene altissima l’incidenza del disturbo.
Al centro di questa evoluzione vi è la gestione conservativa, un approccio volto a spegnere tempestivamente la tempesta evitando, ove possibile, il ricorso alla chirurgia.
Per comprendere l’efficacia delle moderne terapie topiche, è necessario superare la vecchia concezione delle emorroidi come semplici “vene varicose” dell’ano.
La ricerca preclinica ha ampiamente dimostrato che la genesi del problema è multifattoriale e coinvolge:
- congestione vascolare e stasi venosa: favorite da un’aumentata attività del monossido di azoto che promuove la dilatazione dei vasi
- deterioramento del tessuto connettivo: lo scivolamento verso l’esterno dei cuscinetti anali a causa dello sfiancamento delle strutture di sostegno
- flogosi (infiammazione) acuta e cronica: il vero motore del sintomo che attiva una cascata di citochine infiammatorie responsabili del turgore, del bruciore pulsante e dell’iperalgesia (aumentata sensibilità al dolore)
Quando il tessuto si infiamma, l’atto stesso dell’evacuazione o la semplice postura seduta innescano un circolo vizioso: il trauma meccanico aumenta l’infiammazione, che a sua volta intensifica il dolore e il gonfiore.
La terapia medica può prevedere la combinazione di molecole ad azione sinergica; ad esempio i corticosteroidi topici comportano un effetto antinfiammatorio e, di conseguenza, riducono il dolore e il fastidio oltre che l’effetto infiammatorio direttamente correlato all’insorgenza del disturbo.
Gli anestetici locali, invece non hanno nessuna azione sulla causa d’origine del problema, ma possono aiutare a lenire il dolore associato alla patologia emorroidaria.
È tuttavia fondamentale tenere a mente che l’utilizzo della terapia medica va presa in considerazione per sintomi di un certo rilievo e che ogni tipo di assunzione andrebbe valutata con il proprio medico di riferimento.
I medici specialisti e i proctologi sottolineano che la terapia topica d’urgenza, per quanto efficace e rapida nel controllare la crisi acuta, rappresenta solo un pilastro della gestione razionale del paziente. Per prevenire le recidive e trattare la fragilità capillare alla base della patologia, la tendenza clinica prevede una maggiore attenzione alla gestione conservativa anche attraverso stili di vita corretti che includono:
- un apporto idrico giornaliero di almeno 1,5-2 litri d’acqua.
- una dieta ricca di fibre (20-30 grammi al giorno) per regolarizzare l’alvo e prevenire la stipsi cronica, nemica del pavimento pelvico.
- l’abolizione di abitudini scorrette come la prolungata permanenza sul wc (spesso dilatata dall’uso di smartphone), che genera una pressione idrostatica dannosa sui cuscinetti venosi anali.
In conclusione, la gestione della malattia emorroidaria nel 2026 non è più una rincorsa al sintomo dettata dall’emergenza, ma un percorso clinico consapevole.
Magnesio e Sindrome Premestruale (PMS)
La sindrome premestruale (PMS) comprende un insieme di sintomi fisici ed emotivi che possono manifestarsi nei giorni che precedono il ciclo mestruale. Si tratta di una condizione che riguarda oltre il 40% delle donne in età fertile1, con impatto variabile sul benessere quotidiano.
I sintomi possono includere tensione mammaria, ritenzione idrica, cefalea, stanchezza, irritabilità e variazioni del tono dell’umore. L’intensità e la combinazione con cui si manifestano possono variare da persona a persona.
Negli ultimi anni, crescente attenzione è stata dedicata al ruolo dello stile di vita nella gestione della PMS. In particolare, alcune evidenze suggeriscono che le abitudini alimentari possano contribuire al benessere generale durante questa fase del ciclo.
Un’alimentazione equilibrata, come quella di tipo mediterraneo, ricca di frutta, verdura, fibre e pesce (fonte di acidi grassi Omega-3), è generalmente associata a un migliore stato di salute. Al contrario, un elevato consumo di alimenti altamente processati è stato associato, in alcuni studi, a una peggiore qualità della vita nelle donne con PMS.
Tra i micronutrienti, il magnesio è coinvolto in numerosi processi fisiologici dell’organismo, inclusi:
- la funzionalità del sistema nervoso
- la contrazione e il rilassamento muscolare
- il metabolismo energetico
Queste funzioni sono particolarmente rilevanti nelle fasi del ciclo mestruale in cui si osservano variazioni ormonali e metaboliche.
Dati estrapolati da revisioni sistematiche della letteratura hanno evidenziato che donne con sindrome premestruale possono presentare livelli più bassi di magnesio, suggerendo un possibile coinvolgimento di questo minerale nella fisiologia della condizione2.
Un adeguato apporto di magnesio, attraverso l’alimentazione o, se necessario, tramite integrazione, può rappresentare quindi un supporto nell’ambito di uno stile di vita sano*.
Alcune ricerche hanno anche esplorato il ruolo sinergico di diversi micronutrienti3:
- Magnesio e vitamina B6 contribuiscono al normale funzionamento del sistema nervoso e alla riduzione della stanchezza e dell’affaticamento*
- Calcio e vitamina D contribuiscono al mantenimento della normale funzione muscolare e al normale metabolismo
In generale, uno stile di vita equilibrato, che includa una dieta varia, attività fisica regolare e una corretta gestione dello stress, può aiutare a mantenere il benessere durante il ciclo mestruale.
In conclusione, la sindrome premestruale non deve essere considerata una condizione da sopportare o gestire solo con farmaci sintomatici (ad es. antinfiammatori o contraccettivi orali), ma deve essere affrontata con una visione olistica, dove anche lo stile di vita e gli interventi nutrizionali diventano essenziali per restituire alle donne il pieno controllo del proprio corpo e della propria serenità quotidiana.
*Gli integratori alimentari non vanno intesi come sostituti di una dieta varia ed equilibrata e di uno stile di vita sano. In caso di sintomi rilevanti o persistenti, è opportuno consultare il medico.
C’è un filo rosso che lega rinite allergica, qualità del sonno, rendimento e produttività
Il 25% della popolazione italiana è interessato dalla rinite allergica, una condizione altamente sottovalutata e spesso derubricata come semplice fastidio stagionale.
Già nel 2007, la survey europea coordinata da Canonica (Canonica GW, et al. A survey of the burden of allergic rhinitis in Europe. Allergy. 2007) aveva invece messo in luce come la rinite allergica comporti una significativa riduzione della qualità di vita, con elevato numero di giorni “con sintomi” e un discreto numero di pazienti che usano due o più farmaci pur senza ottenere un buon controllo. In quell’indagine era evidente un gap di percezione tra quello che un’ampia parte dei pazienti riferiva in termini di severità dei sintomi e le valutazioni cliniche dei medici, a riprova della distanza tra quello che le persone vivono e ciò che il sistema sanitario riconosce.
È sempre più evidente, invece, che l’impatto della rinite allergica sul quotidiano dei pazienti è molto importante, soprattutto se si considera che incide profondamente su una delle fasi più importanti della giornata: quella in cui dormiamo.
Come la congestione nasale interrompe il sonno
La congestione nasale notturna, tipica della rinite allergica, riduce il flusso d’aria attraverso le vie aeree superiori e costringe a una respirazione orale, aumentando la frequenza di risvegli parziali o completi: chi soffre di rinite allergica ha un sonno più frammentato, con riduzione delle fasi di sonno profondo e di sonno REM, le fasi più importanti per il consolidamento della memoria e il ripristino dell’equilibrio emotivo.
Negli adulti questo si traduce in sonno non ristoratore, senso di stanchezza cronica e sonnolenza diurna, mentre nei bambini si osserva una maggiore instabilità emotiva e difficoltà di mantenere attenzione.
Molto spesso questa condizione è dovuta all’assenza di un trattamento continuativo, proprio come evidenziato dallo studio multicentrico italiano guidato da Gani (Gani F., et al. The control of allergic rhinitis in real life: a multicenter cross-sectional Italian study. Clin Mol Allergy. 2018): una quota rilevante di pazienti non riesce a raggiungere una sostanziale remissione sintomatica perché ricorre a terapie intermittenti o solo “a richiesta”, sottovalutando l’importanza del trattamento continuativo nei casi persistenti.
Questo approccio porta a fasi di peggioramento notturno, con congestione nasale e rinite più intensa proprio nelle ore di riposo, quando la posizione orizzontale amplifica il rigonfiamento della mucosa e ostacola ulteriormente la respirazione.
Il legame tra rinite allergica e sonno è quindi chiaramente bidirezionale. Da un lato, la congestione allergica e la comparsa di rinite erinocongiuntivite aggravano russamento, respirazione orale e risvegli notturni, favorendo un sonno discontinuo e non ristoratore; dall’altro, un sonno deficitario altera la regolazione del sistema immunitario e aumenta la percezione del prurito, del bruciore oculonasale e del disagio, rendendo più difficile “sentire” un controllo adeguato della malattia.
Le linee guida aggiornate sottolineano che nella valutazione della rinocongiuntivite allergica conta anche l’impatto sul sonno: forme di rinite lievi possono diventare moderate o gravi se influiscono pesantemente sul riposo.
Una combinazione delicata: sonno disturbato e difficoltà di apprendimento nei bambini
Se negli adulti il problema è importante, è fra i bambini in età scolare che la situazione è particolarmente critica.
Secondo i dati dell’Ospedale pediatrico bambin Gesù, in Italia tra 1,2 e 2,7 milioni di bambini risultano sensibilizzati ai pollini, e la rinocongiuntivite allergica interessa circa il 18% della popolazione scolastica.
Se il sonno è disturbato da congestione nasale, respirazione difficoltosa o semplicemente dai continui micro‑risvegli, il bambino può mostrare sintomi di iperattività, difficoltà di concentrazione, irrequietezza e comportamenti simili a quelli dell’ADHD, pur non avendo un disturbo neuropsichiatrico primario.
Rafforzare impegno per un trattamento adeguato della rinite allergica
Portare all’attenzione di specialisti e pubblico queste problematiche è essenziale per spezzare questo circolo vizioso di cause ed effetti.
La rinite allergica non è solo “un naso che cola”, ma una condizione che, se mal controllata, comporta un deterioramento del sonno e delle prestazioni cognitive paragonabile a quello correlato ad altre sindromi respiratorie croniche.
Le linee guida e le più recenti raccomandazioni italiane sottolineano che un trattamento continuativo, spesso con farmaci intranasali e, quando necessario, con terapie di desensibilizzazione, migliora non solo i sintomi diurni ma anche la qualità del sonno, riducendo sonnolenza e irritabilità. In un contesto in cui le stagioni polliniche si allungano per effetto di cambiamento climatico e inquinamento, investire su diagnosi precoce, terapie appropriate e adesione continua alla terapia diventa una priorità per proteggere benessere, apprendimento e produttività.
Tornano i webinar di Microbiota Talks. Ecco tutti gli appuntamenti del 2026
Dopo un anno caratterizzato da una grande partecipazione e da un vivo interesse per le dinamiche che correlano il microbiota al benessere intestinale, il progetto Microbiota Talks prosegue nel 2026 con un nuovo ciclo di 7 webinar dedicati ai professionisti sanitari, e pensati per approfondire ulteriormente il ruolo cruciale del microbiota nella salute umana.
Gli appuntamenti del 2025 di Microbiota Talks hanno dimostrato quanto siano necessari, per i professionisti sanitari, confronti scientifici di alto livello, capaci di tradurre la complessità della ricerca sul microbiota in soluzioni cliniche concrete.
La novità del 2026
Il ciclo di webinar del 2026 partirà martedì 17 febbraio per concludersi martedì 27 ottobre. Gli incontri saranno suddivisi, proprio come l’anno scorso, in tre aree tematiche: gastroenterologia, pediatria e ginecologia. La novità di quest’anno è però l’aggiunta di una prospettiva dedicata nello specifico al counseling in farmacia, con un incontro in programma il 24 marzo.
Rispetto all’anno scorso, il programma del 2026 di Microbiota Talks mira a fornire informazioni, dettagli e panoramiche su protocolli d’azione basati sulle evidenze più recenti. Durante gli incontri, si discuterà per esempio dell’importanza dell’integrità della barriera mucosale intestinale: un filtro intelligente che lascia passare ciò che serve (nutrienti) e blocca ciò che può farci male (tossine, batteri indesiderati). Quando questo filtro si indebolisce, possono comparire diversi problemi, tra i quali la disbiosi. Un microbiota in equilibrio è fondamentale per difendere la barriera mucosale, regolare l’immunità e mantenere un ambiente intestinale sano, favorendo in adulti e bambini l’ottimale ripristino funzionale ad esempio dopo infezioni o terapie antibiotiche.
Alcuni dettagli sui nuovi incontri di Microbiota Talks
Per quanto riguarda gli incontri di gastroenterologia, l’attenzione verterà sulla fisiopatologia della barriera intestinale e sui disturbi intestinali funzionali. Gli appuntamenti dedicati alla pediatria esploreranno il legame tra microbioma, l’asse brain-gut e la percezione del dolore a livello intestinale. Infine, i webinar di ginecologia proporranno un vero e proprio cambio di paradigma: non più solo la ricerca del “patogeno da eliminare”, ma la cura dell’ecosistema vaginale per prevenire la cronicità delle infezioni.
Il calendario dei webinar del 2026
Ecco i 7 appuntamenti del nuovo ciclo di webinar di Microbiota Talks, con i relativi esperti.
17 febbraio: Leaky gut: quando la barriera intestinale è alterata
Con il Prof. Giovanni Barbara
24 marzo: Disturbi gastrointestinali in farmacia: counseling sui segnali d’allarme
Con il Prof. Vincenzo Stanghellini
28 aprile: Coliche neonatali e dolore addominale funzionale: dalla teoria alla pratica clinica
Con il Prof. Giovanni Di Nardo
19 maggio: Leaky vaginal Syndrome: microbioma, vaginosi batterica, candidosi e strategie integrate
Con il Prof. Francesco De Seta
23 giugno: Dall’infezione alla disbiosi: come cambia la gestione delle vaginiti nella pratica clinica
Con il Prof. Franco Vicariotto
29 settembre: Dopo l’infezione: come accompagnare la convalescenza nei bambini tra immunità, microbioma e probiotici
Con il Prof. Diego Peroni
27 ottobre: Stipsi e diarrea, due lati della stessa medaglia
Con il Prof. Giovanni Marasco
Come partecipare ai webinar di Microbiota Talks?
Sei un professionista della salute e vuoi partecipare? Visita il sito ufficiale di Microbiota Talks, completa l’iscrizione e registrati ai prossimi appuntamenti del ciclo di webinar del 2026:
Partecipare ai nuovi webinar di Microbiota Talks significa continuare ad acquisire strumenti preziosi per migliorare la gestione delle patologie che riguardano il microbiota e aiutare i pazienti ad adottare i comportamenti necessari a garantire un equilibrio duraturo.
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